Sono passati vent’anni da quando Richard Thompson, direttore della International Marine Litter Research Unit dell’Università di Plymouth, in Regno Unito, ha utilizzato per la prima volta il termine ‘microplastiche’, in uno studio pubblicato su Science. Quel lavoro ha segnato l’inizio di una lunga serie di ricerche, il cui numero, oggi, ha superato le 7mila unità. E tutti questi studi hanno dimostrato in modo sempre più inconfutabile l’inquinamento ubiquitario da microplastiche, che si trovano ovunque le si vada a cercare, e la cui quantità, nel frattempo, è raddoppiata. Alla conferma dell’accumulo nei più diversi ambienti acquatici e marini e in oltre 1.300 specie viventi si sono aggiunte via via le prove degli stessi fenomeni in numerosi organi e tessuti umani, l’ultimo dei quali, in ordine di tempo, è il cervello, che si pensava protetto dalla barriera ematoencefalica, preceduto di qualche settimana dai testicoli.
È giunto il momento di produrre e utilizzare molta meno plastica, a cominciare dal settore alimentare, che è quello più problematico per volumi impiegati e per tipo di utilizzo.
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FONTE: ilfattoalimentare.it
A cura di: Agnese Codignola
2 ottobre 2024
