Tra le forme più insidiose di inquinamento marino vi sono gli attrezzi da pesca abbandonati, persi o dismessi: materiali progettati per catturare che, una volta dispersi, si trasformano in una minaccia per gli ecosistemi acquatici.
Nel lessico internazionale vengono indicati come abandoned, lost or otherwise discarded fishing gear, spesso abbreviati in ALDFG. L’espressione comprende reti, lenze, trappole, nasse, cime, boe e altri materiali utilizzati nelle attività di pesca che, per abbandono, perdita accidentale o gestione inadeguata, confluiscono negli ecosistemi acquatici. Nel linguaggio comune sono noti come ghost gear, attrezzi fantasma: una definizione efficace che restituisce la natura ambigua di oggetti oramai sottratti al controllo umano e tuttavia ancora capaci di produrre effetti.
Il problema non riguarda soltanto la presenza di plastica in mare, ma la funzione residua di materiali concepiti per catturare. A differenza di altri rifiuti marini, gli attrezzi da pesca dispersi non sono semplicemente corpi estranei nell’ambiente: possono continuare a intrappolare pesci, tartarughe, mammiferi marini, uccelli e organismi bentonici, generando quella che la letteratura tecnica definisce ghost fishing. Come evidenzia la General Fisheries Commission for the Mediterranean della FAO, gli attrezzi abbandonati, persi o dismessi costituiscono una criticità ambientale proprio perché possono continuare a pescare al di fuori di ogni attività intenzionale e di ogni possibilità ordinaria di controllo. L’UNEP ha definito gli attrezzi da pesca abbandonati, persi o dismessi tra le forme più letali di plastica marina: la loro pericolosità non deriva soltanto dal materiale di cui sono composti, ma, appunto, dalla funzione per cui sono stati progettati. Una bottiglia, un frammento o un sacchetto possono danneggiare l’ambiente; una rete, una lenza o una trappola conservano invece una capacità operativa, continuando a catturare, ostacolare, ferire o soffocare organismi viventi anche quando non appartengono più ad alcuna attività produttiva. È questa permanenza funzionale a rendere il ghost gear un caso specifico all’interno dell’inquinamento plastico: non solo residuo, ma dispositivo ancora attivo.
La gravità del fenomeno dipende anche dalla composizione dei materiali. Molti attrezzi moderni sono realizzati con polimeri sintetici, resistenti, leggeri e durevoli – qualità che ne aumentano l’efficienza durante l’uso, ma che, quando dispersi, ne prolungano la permanenza nell’ambiente. Una rete abbandonata può depositarsi sul fondale, impigliarsi in scogliere e habitat sensibili, spostarsi con correnti e mareggiate, frammentarsi progressivamente e contribuire alla formazione di microplastiche; il danno, quindi, non si esaurisce nell’impatto immediato dell’intrappolamento, ma si estende nel tempo, attraverso la degradazione lenta del materiale e la sua persistenza negli ecosistemi.

Secondo il WWF, gli attrezzi da pesca rappresentano circa il 10% dei rifiuti marini; ogni anno tra 500.000 e 1 milione di tonnellate di gear vengono perse o abbandonate nell’oceano. Sono stime da leggere con prudenza giacché la quantificazione del fenomeno resta complessa e varia in base alle aree geografiche, alle tipologie di pesca, ai sistemi di monitoraggio e alla capacità dei porti di intercettare o raccogliere gli attrezzi dismessi; tuttavia, l’ordine di grandezza è sufficiente a mostrare che il problema non può essere considerato episodico. In alcuni contesti, soprattutto dove l’intensità delle attività di pesca si combina con infrastrutture insufficienti di recupero, tracciamento e conferimento, la presenza di materiali dispersi può difatti assumere un peso particolarmente rilevante.
La questione ha inoltre una indubbia dimensione economica e sociale: gli attrezzi perduti rappresentano un costo per le comunità di pesca, un rischio per la sicurezza della navigazione, un fattore di degrado per habitat che sostengono biodiversità, turismo, economie costiere e attività tradizionali. Il problema, dunque, non appartiene soltanto al campo della conservazione marina, ma riguarda anche la gestione responsabile delle attività produttive legate al mare, la qualità delle infrastrutture portuali, la cooperazione con i pescatori e la possibilità di costruire meccanismi più efficaci di restituzione, recupero e tracciamento.
Per tali motivi, le soluzioni non possono limitarsi alla rimozione, pur necessaria. La FAO ha da tempo individuato nella marcatura degli attrezzi da pesca uno degli strumenti utili a prevenire la perdita, facilitarne il recupero e attribuire responsabilità lungo la filiera. A questa misura, pur molto valida, si affiancano però altrettanto utili misure: sistemi di tracciamento, programmi di restituzione nei porti, incentivi al recupero, raccolta dei materiali dismessi, miglioramento delle infrastrutture di conferimento e coinvolgimento diretto delle comunità di pescatori.