L’inquinamento da plastica non riguarda solo la fase del rifiuto. Una parte rilevante del problema si produce prima che la materia diventi oggetto, nei passaggi industriali e logistici in cui viene trasformata, movimentata e trasferita.
L’inquinamento da plastica viene generalmente percepito attraverso le sue forme più riconoscibili: bottiglie, sacchetti, imballaggi, contenitori, reti, frammenti dispersi lungo le rive o restituiti dal mare. È un’immagine fondata, ma parziale giacché concentra l’attenzione sul consumo e sul fine vita, ponendo in secondo piano una fase precedente – meno esposta allo sguardo pubblico e tuttavia determinante. Prima dell’oggetto e prima del rifiuto esiste infatti la plastica come materia prima, inserita in una filiera che comprende produzione, stoccaggio, trasporto, lavorazione e distribuzione.
I pellet plastici sono piccoli granuli utilizzati come materiale di base per la produzione di manufatti in plastica. Il Regolamento (UE) 2025/2365 li definisce come materiale plastico in forma granulare destinato alle operazioni industriali di trasformazione – una descrizione rilevante perché consente di circoscrivere il fenomeno non solo genericamente alle microplastiche già presenti nell’ambiente, ma a una materia prima che può disperdersi prima dell’uso, lungo i passaggi ordinari della filiera produttiva.
La criticità dei pellet dipende dalla combinazione tra caratteristiche fisiche e modalità di gestione: sono piccoli, leggeri, prodotti e trasferiti in grandi quantità; possono fuoriuscire durante le operazioni di carico e scarico, nei depositi, negli stabilimenti, nei terminal portuali, durante il trasporto o nelle fasi di lavorazione. Se dispersi, possono raggiungere il suolo, le reti di drenaggio, i corsi d’acqua e gli ambienti marini. Le dimensioni ridotte ne rendono perlopiù molto difficile il recupero; e la persistenza del materiale ne prolunga la presenza negli ecosistemi.
Non si tratta di un fenomeno residuale: come riporta il Consiglio dell’Unione europea, i pellet costituiscono la terza fonte di rilascio non intenzionale di microplastiche nell’ambiente dell’UE, dopo vernici e pneumatici. Le stime disponibili indicano perdite annue comprese tra 52.000 e 184.000 tonnellate; il dato, richiamato dalle istituzioni europee nel 2025, colloca la dispersione dei pellet non tra gli incidenti marginali della produzione, ma tra le criticità strutturali della filiera plastica.

Il punto è rilevante anche sul piano culturale e regolatorio. Parlare di pellet significa riconoscere che l’inquinamento da plastica non coincide soltanto con l’abbandono di un oggetto, con il comportamento scorretto del consumatore o con l’insufficienza dei sistemi di riciclo: esiste difatti una contaminazione che può generarsi prima dell’uso, quando non vi è ancora un prodotto da smaltire, ma solo una materia in transito. La responsabilità, di conseguenza, non si esaurisce nella fase finale del ciclo: riguarda anche impianti, operatori economici, trasportatori, sistemi portuali, catene logistiche e modalità di controllo.
La nuova disciplina europea interviene precisamente su tale livello. Il Regolamento (UE) 2025/2365, pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea nel novembre 2025, introduce misure per prevenire le perdite di pellet plastici e ridurre l’inquinamento da microplastiche. La Commissione europea precisa che le nuove regole sono entrate in vigore il 16 dicembre 2025 e che, entro dicembre 2026, saranno predisposti materiali di formazione e strumenti tecnici per sostenerne l’attuazione. La logica del regolamento è particolarmente significativa: non agisce sul rifiuto già formato, ma sulle condizioni operative che possono determinare la dispersione della materia. Prevenzione, contenimento, pulizia, gestione del rischio, obblighi documentali e requisiti per il trasporto diventano parte di una disciplina che sposta l’attenzione dalla rimozione del danno alla riduzione delle cause. Il Consiglio dell’UE ha sottolineato proprio tale aspetto, ponendo in rilievo l’urgenza di rafforzare la gestione dei pellet lungo l’intera catena di approvvigionamento e di introdurre requisiti specifici anche per il trasporto marittimo.
Per la tutela degli ecosistemi acquatici, il passaggio è poi sostanziale: fiumi, laghi e mari non sono esposti soltanto ai rifiuti che vi arrivano in forma evidente, ma possono anzi ricevere contaminazioni generate altrove, in un’area produttiva, in un deposito, durante un carico, in un porto o lungo una tratta di trasporto. Occorre ricordare che il percorso del pellet è spesso indiretto: può essere mobilitato dalla pioggia, convogliato nelle acque di deflusso, intercettato dai sistemi di drenaggio e raggiungere progressivamente gli ambienti acquatici.
Il discorso – è bene sottolinearlo – non riduce in alcun modo il valore delle attività di raccolta lungo spiagge, fiumi e laghi; ne precisa, piuttosto, il campo d’azione. La raccolta interviene quando la contaminazione è già presente. La prevenzione, invece, agisce prima che il materiale entri nell’ambiente. Nel caso dei pellet, la distinzione è decisiva: una volta dispersi, la rimozione è complessa, parziale e spesso insufficiente rispetto alla quantità di materiale potenzialmente rilasciato.
La questione impone dunque di osservare la plastica non soltanto come rifiuto, ma come materia industriale in circolazione; ciò significa spostare la riflessione dal solo momento del consumo alla disciplina delle filiere, dalla gestione del dopo alla responsabilità del prima. D’altronde, proteggere gli ecosistemi acquatici significa anche presidiare ciò che accade prima che la contaminazione li raggiunga.