Il negoziato ONU sulla plastica non riguarda soltanto la riduzione dei rifiuti: si tratta di stabilire se la comunità internazionale sia disposta a regolare l’intero ciclo di vita di un materiale ormai incorporato nei sistemi produttivi, commerciali e di consumo.
La plastica è diventata uno degli oggetti più complessi della politica ambientale contemporanea. È rifiuto, certamente; ma è anche materia industriale, componente del commercio globale, derivato della filiera fossile, imballaggio, infrastruttura del consumo, residuo persistente negli ecosistemi e fonte crescente di preoccupazione per la salute umana e ambientale. Proprio questa natura plurale rende difficile tradurre il consenso sulla gravità del problema in un accordo internazionale vincolante.
Il processo negoziale nasce formalmente nel marzo 2022, con la risoluzione 5/14 dell’Assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente, intitolata End plastic pollution: towards an international legally binding instrument. Il mandato prevede l’elaborazione di uno strumento internazionale giuridicamente vincolante sull’inquinamento da plastica, incluso quello nell’ambiente marino. Il punto più delicato non è l’esistenza del problema, ormai difficilmente contestabile, ma la sua definizione normativa. Un trattato limitato alla gestione dei rifiuti avrebbe un perimetro relativamente più circoscritto – raccolta, riciclo, smaltimento, infrastrutture, dispersioni –; uno fondato sull’intero ciclo di vita della plastica, invece, riguarderebbe produzione, progettazione, sostanze chimiche, commercio, modelli di consumo, finanza e responsabilità differenziate tra Paesi. Ed è ovviamente per tale complessità che il negoziato si è progressivamente irrigidito.
La sessione INC-5.2, tenutasi a Ginevra nell’agosto 2025, ha reso evidente la distanza tra le posizioni. L’UNEP ha comunicato che i lavori si siano chiusi senza consenso, pur registrando la volontà degli Stati membri di proseguire il processo. Alla sessione hanno partecipato oltre 2.600 persone, tra cui più di 1.400 delegati di 183 Paesi e circa 1.000 osservatori: numeri che restituiscono la densità politica, tecnica ed economica di un negoziato ben lontano dalla sola dimensione ambientale. Il resoconto dell’Earth Negotiations Bulletin dell’IISD conferma che le questioni più controverse hanno riguardato la portata del futuro accordo, la produzione di plastica, le sostanze chimiche problematiche, i meccanismi finanziari e le modalità di attuazione. Ma la lettura dell’espressione “ciclo di vita” è rimasta una delle linee di frattura principali: per alcuni Paesi essa implica la possibilità di intervenire anche a monte, sulla produzione e sulla progettazione; per altri, il trattato dovrebbe concentrarsi soprattutto sulle fasi finali, dalla gestione dei rifiuti al miglioramento del riciclo.
Tale divergenza spiega perché la plastica metta alla prova il multilateralismo ambientale più di altri dossier: non si tratta di regolare un singolo inquinante isolato né di intervenire su una categoria merceologica circoscritta ma di eseguire azioni che riguardano settori quali energia, petrolchimica, industria manifatturiera, alimentare, logistica, grande distribuzione, sanità, pesca, tessile, edilizia. Ogni scelta normativa produce effetti lungo catene economiche estese e disomogenee, con implicazioni differenti per Paesi produttori, Paesi importatori, economie industrializzate e Stati con minori capacità tecniche o finanziarie.

Le cronache internazionali della sessione di Ginevra hanno confermato questa frattura. Reuters ha riportato che le divergenze hanno riguardato, tra gli altri punti, eventuali limiti alla produzione di plastica vergine, la gestione delle sostanze chimiche associate ai prodotti plastici e il sostegno finanziario ai Paesi in via di sviluppo. Non si tratta di dettagli accessori, ma precisamente degli elementi che determinano se il futuro trattato potrà incidere sulle cause strutturali dell’inquinamento o se resterà confinato alla sua gestione successiva.
Anche il riferimento all’ambiente marino deve essere letto con particolare attenzione. Il mare è spesso il luogo in cui l’inquinamento plastico diventa più evidente, perché restituisce ciò che sistemi produttivi, consumi e infrastrutture non sono riusciti a trattenere; non si tratta tuttavia dell’origine del problema, quanto, molto più spesso, del suo punto di accumulo – giacché la plastica vi arriva attraverso fiumi, deflussi urbani, sistemi di raccolta insufficienti, prodotti monouso, attrezzi da pesca dispersi, imballaggi, frammentazione progressiva dei materiali. Un trattato realmente efficace non può quindi limitarsi a ciò che accade quando il danno è già visibile.
Il mancato accordo di Ginevra non ha però chiuso il processo. Nel febbraio 2026, durante INC-5.3, è stato eletto come nuovo Chair l’ambasciatore cileno Julio Cordano. L’UNEP ha chiarito che quella sessione aveva carattere prevalentemente organizzativo e ha avviato le attività verso INC-5.4. Il negoziato resta dunque aperto, ma ancora privo di una sintesi politica capace di trasformare il mandato originario in testo condiviso.
Questa sospensione rende però paradossalmente il trattato un osservatorio significativo. La difficoltà non nasce da un’assenza di conoscenza, ma dall’impossibilità, almeno finora, di comporre interessi industriali, responsabilità ambientali, capacità nazionali e ambizioni regolatorie. La plastica non è soltanto un materiale da ridurre o un rifiuto da gestire: è parte dell’organizzazione economica contemporanea; e regolarla significa intervenire su abitudini quotidiane, ma anche su infrastrutture produttive, modelli commerciali e rapporti di forza tra Stati.
Per piùblu, il tema ha una ricaduta immediata: la tutela di mari, fiumi e laghi non può essere separata dalle decisioni che si prendono molto prima che la plastica raggiunga l’acqua. Le attività di raccolta rendono visibile una parte del problema e ne riducono gli effetti nei territori; il trattato globale, se sarà sufficientemente ambizioso, dovrebbe agire su ciò che precede quella dispersione: produzione, progettazione, responsabilità delle filiere, riduzione degli usi non necessari e prevenzione.